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Scritto da 

Niccolò Budoia

18 agosto 2026

EDITORIALI

Se n'è andato ieri Alex Fiorio: aveva 61 anni e ancora molto da darci.

Potevi non essere d'accordo con lui. Non potevi ignorarlo. Alex Fiorio se n'è andato ieri a 61 anni per le conseguenze di un tumore allo stomaco. Una perdita, la sua, che con uno schiaffo ha riportato il mondo dei rally alla realtà, dopo il relax delle vacanze di Ferragosto.


Campione del mondo del Gruppo N nel 1987 e vicecampione del mondo del 1989, Alex ha dovuto lottare per far riconoscere pienamente il proprio talento. Essere figlio di Cesare non lo ha aiutato a dimostrare all'opinione pubblico il talento che aveva. Ha dovuto darne più e più dimostrazioni: non è bastato il Trofeo Uno Turbo stradominato nel 1985, ma nemmeno il Mondiale vinto con la Delta gruppo N e quello sfiorato, dietro al solo Miki Biasion che in quell'anno vinse il suo secondo iride. Divenne davvero popolare quando il pubblico iniziò a capire con quale personaggio avesse a che fare: non certo un figlio di papà, nonostante l'affetto che ha sempre avuto nei confronti di suo padre Cesare, ma piuttosto un istrione veloce, appassionato e di cuore, capace di dare spettacolo quando possibile e di godersi la vita e le corse sempre.


Non ci sono stati solo sorrisi. Nel 1989 a Montecarlo una sua uscita di strada provocò la morte di due spettatori e diede il via a un periodo difficile a cui rispose come lui sapeva fare: dopo un mese e mezzo, in Portogallo, artigliò un terzo posto straordinario, che dice molto della forza mentale che ha sempre accompagnato Alex. Proprio quella forza, insieme a una straordinaria voglia di vivere, gli permisero di stringere relazioni durate decenni, senza che venissero meno quando le luci delle corse si spensero. Luca Cantamessa, Gigi Pirollo, Riccardo Scandola e tanti, davvero tanti altri hanno continuato a frequentarlo fino agli ultimi tempi, passando per la Masseria Camarda e divenendo ospiti fissi della Fiorio Cup organizzata da Cesare e Alex fin dal 2021.


Gli ultimi anni per Alex hanno rappresentato anche il tempo della popolarità social, grazie alla quale il suo nome, il suo volto e la suia voce hanno scavalcato i confini angusti del rallismo italiano arrivando a tantissime persone che di lui, dei suoi successi intendo, non avevano mai sentito parlare. I suoi giudizi sulla Formula 1 e sui rally, affilatissimi e talvolta tanto cinici da sembrare crudeli, lasciavano a volte quasi sorpresi. Si poteva essere in disaccordo, appunto, ma quasi mai si poteva bypassare l'opinione di Alex Fiorio. Lì usciva un'altra delle caratteristiche essenziali di Alex: una schiettezza limpidissima, che per forza di cose rischiava di creare divisione.


Ma Fiorio non ha mai parlato a caso, o contro. Quelli che potevano sembrare attacchi frontali erano intesi sempre come incitamenti, una sorta di verità scomoda detta per il bene. Non sempre è stato capito, in questo senso, ma grazie alla sua schiettezza ha contribuito a diffondere ancora il rally verso un pubblico che di rally davvero non sapeva nulla. Dopo essere diventato una figura apicale dei rally degli anni Ottanta e Novanta, quelli suoi, di Lancia (e Ford) e di Miki che vinceca e finiva sui telegiornali, Fiorio è riuscito a non passare inosservato neanche nell'ultimo periodo. Anni che parevano solo instradarlo verso una vecchiaia che avrebbe vissuto come bardo medievale, ponte schietto fra il suo passato e il nostro futuro. Poi la malattia scoperta due mesi fa, cure che non potevano partire per altri problemi di salute, una situazione che precipita, migliaia di persone a piangerlo.


Alex Fiorio se n'è andato, e trovarne un altro come lui non si può.

Addio ad Alex Fiorio, l'uomo che non passava inosservato

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